“Sa è che sono un po’ razzista, non amo chi vive sotto il Po”: Epic Fail al colloquio di lavoro

due leghisti vestiti come guerrieri celti e vichinghi con tanto di elmo cornuto

Mettersi in gioco in un colloquio di lavoro non è facile. Puoi trovarti di fronte chiunque. Spesso capita che l’intervistatore sia più giovane della persona che deve giudicare; altre volte è qualcuno con molta più esperienza, che genera quasi timore reverenziale; insomma, una volta ti trovi davanti una statua di cera in doppio petto che ti guarda senza lasciar trasparire alcun tipo di emozione, altre volte invece incontri il classico simpaticone, che magari è capace di metterti subito a tuo agio, creando un clima quasi amichevole.

Ed è proprio in quest’ultimo caso che il pericolo può colpire con più vigore. Perché quando ci si rilassa troppo, non si sa mai cosa può succedere…

E’ il caso di un candidatoparecchio particolare, che qualche tempo fa decise di presentarsi a un colloquio per una grande multinazionale che si occupa della concessione (o meno) di crediti ad aziende o persone. Ce n’è un po’ per tutti i gusti: prestiti, mutui, finanziarie e tutto il resto del repertorio.

La nostra storia, questa volta, arriva direttamente dal Fu intervistatore, che ai tempi aveva delegato un’agenzia esterna per il recruiting di un candidato per il posto di analista del credito (e cioè la persona che formalmente dice “Sì”, oppure “No”, alla concessione di un credito), riferito nello specifico all’area del Centro-Sud Italia.

Il nostro candidato, che per comodità chiamerò Pino (nome inventato), fu uno dei pre-selezionati,e di conseguenza fu anche uno dei primi a potersi giocare le proprie chance per ottenere un posto che prometteva, fin da subito, un lavoro a tempo indeterminato, per giunta con il contratto del commercio. Davvero niente male se consideriamo che il nostro Pino aveva solo 26 anni, e un futuro tutto da scrivere.

“Devo ammettere che lo notai fin da subito”, comincia a raccontare il nostro intervistatore, che chiameremo Federico.
Federico è un ragazzo giovane e giovanile. A quei tempi aveva appena passato i 32 anni, non faceva parte delle risorse umane ma nonostante l’età era già il responsabile dell’ufficio che aveva aperto la richiesta di personale, ed ecco perché non poteva esimersi dal presenziare a questo colloquio.

“Abbiamo cominciato a parlare e all’inizio sembrava tutto regolare, più o meno“.

Mi incuriosisce quel più o meno, così provo a capirne di più: “Quando vedi per la prima volta una persona – precisa -, anche l’immagine ha la sua importanza, soprattutto in un colloquio in cui hai pochissimo tempo per farti un’idea complessiva di chi hai davanti. Per questo quando sei nel mio ambiente (banche, finanziarie e simili, ndr) ci si aspetta anche una certa cura.
Diciamo – chiarisce il concetto – che se io (che potrei evitare) per questo colloquio mi presento in abito con giacca e cravatta, come minimo gradirei che anche il candidato facesse lo stesso sforzo, ecco. Mentre lui si era limitato a una camicina fantasiosa e un paio di pantaloni: non esattamente il massimo. Se a questo poi aggiungiamo che, come esperienza, il suo era un curriculum un po’ troppo Junior rispetto alle nostre esigenze, beh, capirete già che come inizio non era esattamente il più promettente”.

Prima opinione non ottimale insomma. D’accordo.
Però il suo non era nemmeno un profilo da buttare completamente alle ortiche: “Per carità il cv tutto sommato era perfettamente inerente, le esperienze erano poche ma abbastanza in linea con il nostro lavoro, e nonostante la prima impressione, non lo avrei mai escluso a priori“.

E per fortuna! Anche perché il bello
(per noi almeno)
doveva ancora arrivare: “A un certo punto – riprende il filo Federico -, dopo una decina di minuti dalla prima stretta di mano ho iniziato a spiegargli un po’ meglio il tipo di lavoro di cui avevamo bisogno, riferito in particolare all’area geografica di pertinenza, e cioè da Roma in giù“.

E qui cominciarono a suonare i primi campanelli d’allarme. Già mentre parlava infatti, Federico si accorse che c’era qualcosa che non andava nel suo interlocutore e, approfondendo un pochino, ecco arrivare la bomba:
“No sa – le parole del Candidato Pino – è che io ERO
(scelta linguistica interessante)
un pochino razzista
“.

Pensate alla possibile faccia di Federico.

quadro che raffigura un uomo che grida disperato con le mani sulla testa
Il celebre “L’urlo” di Munch

Ecco, una cosa del genere.

“Ero semplicemente incredulo. Basito – balbetta ancora oggi il nostro intervistatore -. Non sapevo se indignarmi, ridere, imbarazzarmi, andarmene io oppure cacciare lui seduta stante”.

Ma alla fine, come spesso accade nei casi ai limiti dell’assurdo, a prevalere fu la mera curiosità.
“Sono rimasto di ghiaccio – continua -, pensando tra me e me: “Questo è davvero fuori”. Però nel frattempo morivo anche dalla voglia di vedere fino a che punto sarebbe mai potuto arrivare.
Così cominciai interrompendo il silenzio di gelo che era calato nella stanza chiudendo la bocca (che nel frattempo era ancora spalancata) e aggiungendo un semplice:
“In che senso, mi scusi”?

“No cioè, sì”, rispose Il Pino tentennando un pochino.
Forse in un raro momento di lucidità si era reso conto di ciò che aveva appena detto, pensò Federico.

Invece no:
“Cosi, diciamo che da giovane ero un po’… Così”, ripeté, senza riuscire a migliorare di molto la sua situazione.
Fece un respiro profondo:
“Sa – riprovò -, diciamo solo che io sono un purosangue della Bassa Lodigiana – aggiunse con presunto orgoglio –
(Ora, non me ne vogliano i lodigiani ma più che per la nebbia e le risaie, quella zona non è che sia particolarmente nota al mondo…)
, quindi non vado molto d’accordo con quelli che vivono al di sotto del Po, ecco“, il Gran Finale.

Poteva già bastare come colpo di grazia, ma Federico volle provare a spingersi oltre:
“Giuro, facevo fatica a trovare le parole ma alla fine gli chiesi (come se quello che aveva appena detto fosse la cosa più normale del mondo) se valeva lo stesso anche sul lavoro, perché nella vita privata poteva avere tutte le idee che voleva”.

“Beh certo – rispose lui ammiccante, quasi volesse cercare di creare un’ancor più assurda complicità – sul lavoro qualche strappo si può fare, il business è business”, continuò, forse in una pallida imitazione del Milanese (o Lodigiano?) Imbruttito.

Federico non sapeva se sentirsi più rincuorato o sconsolato da quest’ultima uscita, così provò a giocarsi il tutto per tutto andando in all-in con un’ultima, rischiosissima, mano.

La risposta però fu degna della sua puntata:
“Gli dissi che a prescindere dalle questioni di lavoro, nella nostra sede avrebbe dovuto dividere gli spazi anche con diversi meridionali. Così gli chiesi: “Ma tu andresti a pranzo con qualche collega del Sud?”.

“Ah beh no. Quello no eh?”, fu la risposta quasi divertita dell’esaminando, come a rimarcare l’assurdità della domanda.

“Oggi ci rido – racconta ancora Federico – ma ammetto che ai tempi ero abbastanza scosso pensando a come certe persone possano pensare di presentarsi a un colloquio di lavoro; non solo ritenendo che certe risposte possano essere accettate, ma addirittura condivise. Una cosa simile non mi era mai capitata prima, e fortunatamente non si è più ripetuta poi”.

Inutile dire che il nostro Pino non ottenne mai quel posto: “Ressi circa 20 minuti, poi lo mandai fuori e mi chiusi la porta alle spalle. Ho fatto subito una chiamata all’agenzia che lo aveva pre-selezionato: si sono scusati al volo, certo, e a loro parziale discolpa devo ammettere che all’apparenza si trattava di un ragazzo normalissimo, con tanto di curriculum più che centrato. Anche se, da quel momento, abbiamo iniziato a internalizzare un po’ di più anche il processo di selezione.

La cosa che ricorderò sempre di quel personaggio? La sua tranquillità, mentre diceva quello che diceva. Davvero, fino all’ultimo ho pensato che si trattasse di una candid camera, ma purtroppo nessuno è mai saltato fuori gridando allo scherzo. Incredibilmente, era tutto vero”.

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