“Non ti avevo detto che lo stage non era pagato?”: quando il lavoro diventa truffa

*immagine tratta da www.mybusinesscounsel.com

Quando esci dalla scuola e ti ritrovi all’improvviso sbalzato nel mondo del lavoro è una sensazione unica. Sei come una pagina bianca che non vede l’ora di accogliere una storia nuova, magari un’avventura di quelle che si leggono tutte d’un fiato.

Peccato che non sempre le storie riescono bene, e qualche volta invece del capolavoro ti ritrovi a impersonare la bozza stentata di una biografia di serie D sulla vita e le avventure di un lepidottero senza un’ala. Tante volte la sfiga…

Comunque, questa breve introduzione serviva soltanto a raccontarvi degli sfortunati eventi che hanno portato un giovanissimo Lorenzo, grafico, a fare la conoscenza del suo primo datore di lavoro. Un signorotto distinto e tranquillo, che gestiva il suo piccolo ma ben avviato negozio di stampa in franchising con Mail Boxes Etc.
(mi permetto di citare il nome solo perché nella storia che segue non vi è alcuna responsabilità del noto marchio)

Un giorno, il nostro negoziante decise che era giunto il momento di allargare la sua attività affacciandosi sullo sbarluccicante mondo della pubblicità, che pur essendo noto per dare libero sfogo a sogni e ambizioni, è altrettanto notoriamente lastricato dalle carcasse dei sedicenti imprenditori che avevano tentato di domarlo senza adeguata preparazione.

Il nostro commerciante sembrava però essere ben consapevole di questo rischio, tanto che scrisse subito un bell’annuncio per trovare un grafico-pubblicitario che lo aiutasse a effettuare con successo l’inversione di carriera della sua vita.

Offerta, 300 euro al mese di stage.

Lorenzo non poteva credere ai propri occhi.
Conosceva bene la realtà di un negozio, dato che ci aveva lavoricchiato fin da quando aveva 16 anni (un negozio di elettronica e consolle), trovandosi più che bene e riuscendo anche a mettere da parte qualche soldino.
In più il lavoro rientrava esattamente nel suo campo di studi, e la possibilità di fare esperienza lo stimolava parecchio.
Certo, l’annuncio in effetti evidenziava anche qualche punto a sfavore. Per esempio la distanza, dato che l’ufficio si trovava a più di 40 chilometri da casa sua.

Poco male, dopo un rapid(issim)o calcolo delle spese benzina decise di smetterla di tergiversare e provò a iscriversi.
“Tanto magari nemmeno mi chiamano. E poi cos’ho da perdere?“.

Ancora non poteva immaginarlo.

Così scrisse, inviò il curriculum e attese una risposta. Che arrivò senza troppe attese: volevano conoscerlo.

Lorenzo si armò di camicia e jeans, prese le chiavi della sua macchinina e si preparò al viaggio: 90 chilometri tra andata e ritorno non sono esattamente una passeggiata di salute, ma il gioco poteva valere la candela.
Il colloquio in realtà fu abbastanza misero, anche perché Lorenzo aveva un sacco di nozioni belle fresche dalla scuola mentre paradossalmente il suo datore di lavoro era solo un venditore: si era stancato di copisteria e spedizioni e voleva provare a proporsi anche come ufficio di grafica e pubblicità.

“Fui preso subito”, conferma Lorenzo. E tutto sembrava procedere bene all’inizio. Arrivarono i primi lavoretti, soprattutto per i negozi vicini, e passò il primo mese. Lorenzo era abbastanza soddisfatto: faceva il lavoro che voleva, quello per cui aveva studiato, e si sentiva quasi fortunato, nonostante lo stipendio.

Già, a proposito: lo stipendio.

L’unico neo era proprio che, a mensilità chiusa, non era arrivato alcun compenso per le sue fatiche.
“Ero un novellino”, ci dice oggi Lorenzo: “Non volevo passare per quello attaccato ai soldi
(altra abitudine assai curiosa del lavoratore del nuovo millennio: come se i soldi non servissero alla sua sopravvivenza)
e poi pensavo di potermi fidare. In fondo ero sul posto di lavoro: doveva essere una cosa seria.
Quanta ingenuità a ripensarci”, sospira.

Ma se il nostro Illustrissimo scelse di non dire nulla, lo stesso accadde anche per la sua controparte.
Passò così una settimana. Poi un’altra; mentre il lavoro, e le trasferte in macchina, continuavano ad accumularsi.

“A qualcuno potrà sembrare poco ma per me quei viaggi cominciavano ad avere un peso importante sul portafogli – chiarisce Lorenzo -. Quindi, dopo oltre un mese e mezzo di lavoro non pagato, decisi che forse era arrivato il momento di chiedere qualcosa…”.

E così fece, ma il caro negoziante da buon negoziatore recitò la parte di quello che cade dal pero
(mai che ci si spezzino il collo tra l’altro)
spiegando che in realtà credeva di avergli già chiarito che pensava di versargli l’intero compenso solo alla fine dei 6 mesi di contratto.

Barney della serie "E alla fine arriva mamma" finge di spararsi un colpo di pistola in bocca con le dita

“- In blocco -, disse”, ricorda Lorenzo con un sorriso amaro.

Novellino, inesperto, e tutto sommato pure contento (fino a quel momento) del suo lavoro, Lorenzo provò in tutti i modi a tener duro ma alla fine del secondo mese sia il conto in banca che la spia della riserva cominciavano a mantenersi troppo stabilmente sul rosso.

Un giorno arrivò al lavoro appena in tempo prima che il motore, a stomaco vuoto da troppo tempo, sbuffasse il suo ultimo respiro.
“Fu l’ultima goccia, anche perché andare avanti così per me stava diventando davvero insostenibile“.

Rabbia, frustrazione, vergogna perfino. Questi i sentimenti che gli rimbombavano nel corpo mentre si avvicinava al “boss”, odiandosi un po’ per quell’aria da cane bastonato che aveva:
“Scusa se ti disturbo – azzardò, quasi che fosse lui quello in errore dei due -, so che hai da fare ma per me così sta diventando proprio dura. Oggi sono arrivato al pelo, devo fare benzina e comincio ad essere davvero a corto di soldi. Potresti darmi “un anticipo” sul pagamento?
(pagamento che tra l’altro mi DEVI, non è che mi fai un favore)
Altrimenti stasera non torno neanche a casa”.

Non fu una cosa semplice da chiedere, ma fortunatamente il suo capo la rese immensamente più dura da mandar giù. “Mentre era al computer cominciò a borbottare, poi si alzò sbuffando, prese dalla cassa 20 euro e me li buttò davanti.
Dico: 20 euro. Dopo aver lavorato lì due mesi gratis senza chiedere nulla. Ero senza parole”.

“Quando mi azzardai a chiedere spiegazioni – continua Lorenzo – mi rispose blaterando qualcosa sul fatto che in realtà non aveva neanche mai parlato di un “vero pagamento”, cominciando a sbrodolare un mare di parole che non ho nemmeno più ascoltato. Non gli ho detto niente, semplicemente mi sono alzato e mentre parlava ho cominciato a mettere tutti i miei lavori su chiavetta e a recuperare le mie cose”.

Appena finito Lorenzo si limitò a uno sguardo, interrompendo lo sproloquio del “capo” con il suo miglior sorriso da vaffanculo e salutandolo soltanto con un ironico “Tranquillo, a posto così”.

 

 

Nota a piè pagina: “Non passò un mese prima che il negozio chiudesse”, confessa oggi Lorenzo togliendosi un sassolino dalla scarpa.
Quando si dice “giustizia divina”.

 

Annunci

7 pensieri su ““Non ti avevo detto che lo stage non era pagato?”: quando il lavoro diventa truffa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...