Il desaparecido: quando il lavoro ti lascia a piedi senza un perché

Un uomo in giacca e cravatta scappa a gambe levate su una strada deserta

Ci sono cose che hanno il potere di lasciarci completamente senza parole.
Di solito possono variare da persona a persona, ognuno ha i suoi limiti e ciò che qualcuno di noi arriva a comprendere, o almeno a sopportare, per altri può risultare insostenibile.

La storia che sto per raccontarvi è quella di Giovanni (nome di fantasia) e racconta di come un tranquillo e regolare rapporto di lavoro si sia presto trasformato in qualcos’altro. Qualcosa di completamente incomprensibile in realtà, tanto che ancora oggi il nostro Giovanni non è riuscito a capire cosa sia esattamente accaduto.

Tutto ebbe inizio nel 2016 quando Giovanni, che ai tempi era disoccupato, entrò per la prima volta in contatto con un’associazione nazionale che si occupa di promozione sportiva e sociale, con sedi sparse in tutta Italia.
Un ente che, di fatto, organizza veri e propri campionati sportivi per quasi ogni disciplina, dal balletto fino alla pallacanestro e al calcio, destinati non tanto ai professionisti quanto piuttosto agli amatori, senza limiti di età, sesso o disciplina.

Giovanni era venuto a conoscenza di questa realtà quasi per caso, perché il suo vecchio allenatore di basket lavorava anche come dirigente in questo gruppo e, chiacchierando una sera tra il serio e il faceto fuori dagli spogliatoi, proprio il suo coach gli aveva riferito che dal suo ufficio stavano cercando qualcuno da inserire nella comunicazione.
Uno che potesse aggiornare il sito internet, dare un occhio ai social network e magari contribuire anche a gestire i rapporti con la stampa.

Come abbiamo detto a quei tempi Giovanni era disoccupato, in più vantava un passato da giornalista e soprattutto aveva tanta voglia di rimettersi in gioco. Così, inevitabilmente, dalle chiacchiere da bar si passò subito a un discorso più serio, che sfociò in un primo colloquio per definire offerta e proposta.
Le due parti si accordarono per un contrattino da 6 mesi (da gennaio 2017 fino alla fine di quella stagione sportiva), con un part-time orizzontale da tre giorni a settimana.
Tutto per 1000 euro al mese. Per nulla male come proposta anche se il carico di lavoro non era esattamente da meno: dai 20 ai 30 articoli di pallacanestro prodotti ogni giorno; scrittura dei dialoghi per, e conduzione di una trasmissione sportiva in streaming a settimana, oltre a eventi fuori orario (che duravano anche diversi giorni) ma anche riprese video, foto e ovviamente gestione dei social network. Insomma, un contratto da tre giorni che poi nella realtà diventavano almeno quattro a settimana.

Giovanni era alle prime armi in quel mondo ma lavorò con serietà e impegno, riuscendo a raggiungere anche ottimi risultati, soprattutto dal lato social network, aumentando fino al 400% le visite sulla pagina Facebook in concomitanza degli eventi organizzati.
Una soddisfazione, certo, ma soprattutto un investimento, visto che i vertici associativi davano già per scontata la sua conferma anche nella stagione successiva, inserendolo anche nella pianificazione di eventi futuri.

Tutto sembrava filare per il meglio per il nostro affezionatissimo.
Almeno fino a quando arrivò il momento del rinnovo.

Giovanni era (e si era già dimostrato) un lavoratore estremamente disponibile, ma non per questo era anche uno stupido.
Così, quando si sedette al tavolo e venne messo di fronte alla mole di lavoro che avrebbe dovuto sbrigare l’anno seguente (notevolmente aumentata nei fatti ma assolutamente invariata nei compensi), rispose chiedendo di formulare una controfferta. Anche perché Giovanni nel frattempo aveva trovato anche un secondo lavoretto, collaborando con una rivista per la stesura di testi e articoli. Ecco perché il suo tempo cominciava davvero ad assumere un valore: se fosse aumentato il lavoro con l’associazione, avrebbe dovuto per forza ridurre l’impegno nell’altro posto, rimettendoci ovviamente dei soldi.

Dall’associazione gli risposero che certo, avrebbe potuto prendersi qualche giorno e scrivere la sua proposta direttamente al caro vecchio coach, che poi ne avrebbe discusso col presidente.

A questo punto lui, per non saper né leggere né scrivere, scelse di preparare una doppia offerta: la prima per restare sui 1000 euro dello stipendio che gli avevano riproposto, riducendo inevitabilmente il lavoro da svolgere (comunque aumentato rispetto all’anno precedente); la seconda invece era studiata proprio sul progetto presentatogli dalla dirigenza, calcolando quindi sia l’aumento di lavoro che quello di stipendio (1.500 euro netti la sua idea). Inevitabile, dato che in sostanza si passava da un part-time a un full-time, e che per star dietro a tutto Giovanni avrebbe dovuto mollare completamente la sua seconda collaborazione.

E’ da questo punto che la storia comincia a tingersi di giallo.

Giovanni spedì la sua proposta mentre dall’altro lato continuava anche a mandare curricula in giro, perché la sua esperienza gli aveva già insegnato che nella vita “non si sa mai”.
Passò una settimana, e mentre cominciava già ad arrivare qualche tiepida risposta ai suoi cv, dall’associazione continuò a non sentire nessuno.
Aspettò un’altra settimana, senza allarmarsi troppo perché sapeva con il suo lavoro di aver già creato tutti i presupposti per un possibile rinnovo. Per non parlare del fatto che all’interno della dirigenza poteva contare sul suo vecchio coach, tra i suoi principali estimatori.
Le risposte ai cv intanto cominciavano a diventare più calde ma senza nemmeno rendersene conto Giovanni cominciò a credere davvero in quel posto, convinto che a brevissimo avrebbe avuto il suo riscontro: così scelse di lasciare in stand-by una proposta che aveva ricevuto (per un’altra collaborazione, sicura ma meno vantaggiosa a livello economico), pensando che dall’altro lato gli avrebbero sicuramente offerto il tempo pieno.

Eppure a tre settimane dalla presentazione della sua offerta non aveva avuto ancora nessun riscontro.
Inevitabilmente, cominciò ad allarmarsi.

Ogni volta che cercava di contattare il suo allenatore, lui non rispondeva. Gli scriveva, mail o whatsapp, e mai nessuna risposta. Gli telefonava, ma ancora nessuna risposta.

Passò così un’altra settimana, fino a quando frustrato da un silenzio che davvero non comprendeva, decise che era arrivato il momento di fare qualcosa.

Non perché sperasse ancora nell’assunzione. Non a questo punto. Però era assolutamente determinato almeno a sentire COSA gli avrebbero detto. Quali motivazioni gli avrebbero portato guardandolo negli occhi.
Ma più di ogni altra cosa Giovanni voleva sentire come il suo coach, una persona con cui aveva condiviso anni di spogliatoio, di vittorie, di sconfitte e di tante altre cose che è impossibile spiegare a chi non ha mai vissuto uno spogliatoio, gli avrebbe risposto.

Alla frustrazione infatti si era aggiunta anche la rabbia. Rabbia vera, profonda e strisciante, rivolta in particolare contro sé stesso.
Già perché nel frattempo anche l’offerta che prima aveva deciso di lasciare in stand-by era sfumata. Aveva aspettato troppo e quelli si erano organizzati in altro modo. Se l’era lasciata sfuggire, fidandosi esclusivamente delle promesse di altri.

Che poi in fin dei conti, cosa mai poteva essere successo?
La sua proposta era forse così inaccettabile? Benissimo, il giudizio spettava a loro, ma almeno che avvisassero.
I fondi che pensavano di avere non bastano più? Perfetto, basta dirlo.
Hanno trovato un altro più preparato/meno costoso? Ok, il lavoro è lavoro e quando si parla di affari si sa che l’amicizia non conta nulla (o così dovrebbe essere almeno). Nessun problema, sarebbe stato sufficiente spiegarlo.

O almeno inventarsi una scusa.
Una qualunque, che ne so.

Anche perché nei suoi vari tentativi di contattare la dirigenza, Giovanni aveva chiaramente specificato che, essendo in attesa di altre risposte, aveva bisogno di un feedback più veloce possibile, per non rischiare di rimanere a piedi.
Invece arrivarono soltanto il nulla e l’indifferenza.

Giovanni decise allora di presentarsi direttamente in ufficio, anche se non a sorpresa.
Non voleva dare spettacolo, non credeva sarebbe servito a niente e in più le scenate non gli erano mai piaciute.
Voleva solo vedere con che occhi lo avrebbe guardato il suo vecchio coach. Nient’altro.
Così gli scrisse, avvisandolo che il giorno dopo sarebbe passato in ufficio, “perché una risposta almeno me la dovete”.

E il giorno dopo si presentò, effettivamente.
Anche se del suo coach, il dirigente che lo aveva così fortemente voluto nel suo ufficio nonché l’uomo con cui aveva condiviso uno spogliatoio per tre stagioni, non c’era nemmeno l’ombra.

Quel giorno aveva magicamente deciso di non presentarsi a lavoro.

“Da allora (sono passati ormai 6 mesi, ndr) non ho più avuto notizie di quella persona né della sua associazione – racconta Giovanni -. Oggi per fortuna ho trovato tutt’altro e sono molto contento di come stanno andando le cose, anche se difficilmente potrò mai dimenticare una vigliaccata simile”.

“Puoi volermi a lavorare con te – prosegue -, puoi cambiare idea, puoi farlo per un motivo o per un altro, ma almeno hai il dovere morale di dirmelo. Lo avresti se nemmeno ci conoscessimo, figuriamoci nella nostra situazione. Io sono stato assolutamente stupido a non premunirmi subito, lasciando in stand by qualcosa di concreto a favore di una cosa meno sicura, lo so, ma non riesco a non pensare che se solo si fossero degnati di darmi una risposta, mi sarei potuto risparmiare di affrontare il mese più duro di tutta la mia vita”.

La cosa più triste? Giovanni non ha ancora idea del perché sia successo tutto questo.

“Oggi ho finalmente trovato la mia dimensione e, anche se continuo a non avere certezze (ma chi le ha ormai?), posso dirmi soddisfatto. Certo, qualche volta capita ancora che il ricordo di quell’associazione bussi alla mia porta… Un giorno forse proverò a richiamarlo, il coach, ammesso e non concesso che lui trovi il coraggio di rispondermi; fino ad allora però mi limito a tenere la mia porta ben sprangata, guardando solo avanti”.

Annunci

5 pensieri su “Il desaparecido: quando il lavoro ti lascia a piedi senza un perché

  1. a volte basterebbe solo un po’ di rispetto, invece si preferisce il silenzio come soluzione. Mi fa molta tristezza anche perché da poco ho vissuto un silenzio simile e non è per nulla piacevole, non che ci fossero rapporti di amicizia come nella storia ma le persone non hanno il rispetto e la dignità di dire in faccia le cose e preferiscono negarsi o peggio sparlare dietro. è il mondo purtroppo, almeno il protagonista ha trovato altro, io spero di avere altrettanta fortuna.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...