Colloquio “in cucina” e senza curriculum: così assumiamo i manager

Un neonato travestito da manager con tanto di giacca e cravatta di papà

NELLA PUNTATA PRECEDENTE

Un Koala a bocca spalancata con un'espressione di buffa incredulità– Due sconosciuti o quasi in un negozio; uno ci lavora come commesso, l’altro è un cliente che probabilmente abita in zona. Si sono incrociati in negozio un paio di volte, scambiandosi qualche battuta ogni tanto. Niente più.
A un certo punto però, dal nulla, il cliente si avvicina al commesso con una proposta indecente: trasformarlo in un manager.
“Perché si vede che hai la stoffa giusta”, gli dice. E ancora: “Sei sveglio e secondo me te la caveresti benissimo. Già ti vedo, basta aggiungerti un vestito e poi sei perfetto”.
Si dà il caso che il suddetto commesso fosse anche un mio amico, che una sera davanti a una birra mi raccontò tutta la storia. Io rimasi incuriosito e divertito ovviamente, anche se a prescindere dal più che giustificato scetticismo iniziale, dopo una ricerca scoprimmo che l’azienda effettivamente esisteva davvero, e sembrava pure seria.
A questo punto, dato che al momento ero alla ricerca di un lavoro, e per soddisfare la mia curiosità, decisi di scrivere all’azien
da per propormi.

Prontamente, mi risposero e fissammo un colloquio.

Quando arrivai alla loro sede mi ritrovai in pieno centro, a Milano, proprio di fianco al Castello Sforzesco. Nessun grande ufficio però: si trattava di un semplice appartamento, al piano rialzato di un normale condominio. Un trilocale così suddiviso: all’ingresso, quello che sembrava essere una reception era invece l’ufficio grafici (due persone e due piccole scrivanie). Percorrendo il corridoio si arrivava invece alla stanza comune, dove c’erano tutti i project manager (una decina in tutto), insieme al boss della baracca (uno svedese dalla casa madre che, scoprii in seguito, era stato chiamato proprio per sostituire al comando il nostro tizio fighetto, che ora si occupava solo di assunzioni e recupero crediti).
Proseguendo ancora si arrivava infine alla sala riunioni, che in realtà era anche la cucina, poi al bagno.

Restai ad attendere davanti ai due grafici per una decina di minuti (in piedi, non c’erano seggiole. Non c’era lo spazio), poi arrivò direttamente il nostro fighetto in persona. Era esattamente come me lo avevano descritto. Sembrava il classico tizio belloccio-lampadato-depilato appena uscito da “Uomini e Donne“, solo che questo era vestito con giacca e cravatta. Un completo gessato (ovviamente), anche se non certo il gessato alla ganster anni 50; piuttosto questo era un gessato vedo/non vedo, sofisticato direi. Una cosa che sicuramente dava l’idea di costare parecchio. Il capello all’apparenza era spettinato (anche se tutto il gel – o la cera? – che c’era sopra, lasciava intendere che dietro quel finto disordine ci fosse un accurato lavoro davanti allo specchio).
Al polso aveva un orologio dal quadrante enorme, con sopra un ancor più enorme logo di Cavalli.

Dopo essersi presentato, mi portò nella sala riunioni/cucina, tutto serio.
Immaginate come ci rimasi io quando aprì la porta.
Un’azienda che si presenta come multinazionale dell’editoria, con sede in 10 Paesi nel Mondo, che mi fa fare un colloquio in un cucinino-riunioni, dentro un ufficio-appartamento e per giunta con un tamarro di periferia a fare da Cicerone.

Lui però era già ampiamente entrato nel suo personaggio, e mentre io ancora cercavo faticosamente di rientrare nel mio di Candidato VOLONTARIO, partì all’improvviso con un infido attacco a sorpresa:

“Sei in un bar, di giorno, e vedi al bancone una ragazza che ti piace. Cosa fai? Come la approcci?”

Un bambino con espressione scettica e la scritta:

– Attimo di smarrimento –

Resistetti all’impulso di andarmene, il colloquio proseguì e lui non smise mai di parlare: cominciò a “vendermi” questa nuova opportunità come un “avanzamento di carriera”, perché prima ero “solo un giornalista che ubbidiva agli ordini”, mentre adesso sarei diventato io il direttore, che commissionava il lavoro “ai nostri giornalisti” (poi scoprii che era solo uno, che doveva lavorare ad almeno 4 diversi contemporaneamente. Potete immaginarvi con quale qualità…).

Ma qual era questo lavoro, esattamente?
Dovevamo occuparci di un diverso tabloid ogni sei settimane. Sceglievamo l’argomento (sulla base del periodo dell’anno, dei fatti di cronaca del momento, etc..), trovavamo un “opinion leader”, ovvero un esperto del settore che ci dicesse in sostanza su quali sotto-argomenti puntare per attrarre più aziende, contattavamo i leader di quel settore (per esempio se si parlava di running si partiva da Reebok, Asics o Nike) e li pressavamo per investire nel nostro progetto attraverso l’acquisto di spazi pubblicitari.

La cosa assurda?
L’azienda nonostante tutto non andava nemmeno male. Rimasi lì per un annetto, e mi tolsi pure qualche soddisfazione, se togliamo il fatto che ogni giorno là dentro era come entrare in una gabbia di pazzi invasati.

Se il progetto vendeva, eri considerato un Dio; se non vendeva, venivi non solo inserito in incontri motivazionali che avrebbero depresso anche Patch Adams, ma anche additato come un “porta-sfiga”, uno da evitare insomma, che attira scalogna.

Quello che proprio non riuscivo a sopportare però era la routine quotidiana. Ogni mattina per esempio ci obbligavano a iniziare la giornata con una “ginnastica motivazionale“: un po’ come l’acqua-gym in un villaggio vacanze. Solo che questo era senza acqua, senza spiaggia, ma soprattutto senza vacanza.

Prima dell’inizio dell’orario di lavoro (e ciò significa che eravamo obbligati ad arrivare in ufficio con almeno mezz’oretta di anticipo, ovviamente non pagati) ci facevano mettere tutti in piedi e schierati davanti al nostro pc; poi il boss sparava la musica a tutto volume (rigorosamente dance-dance-dance) e noi dovevamo letteralmente ballare, piuttosto che fare ginnastica, o almeno saltellare sul posto, l’importante era muoversi: perché “Motion creates emotion!“, ci ripeteva sempre il capo, mentre scuoteva le braccia al cielo manco fosse uno di quegli animatori da mini club che spingono i bimbi a scendere in pista.
Era come una danza della fortuna. Mancavano solo il falò e il calumet della pace, poi avremmo potuto giocare agli indiani.

Ma se a me la cosa appariva come minimo strana, lo stesso non si poteva dire per tutti gli altri miei colleghi. Al contrario.
Qualcuno accompagnava i salti con delle urla, qualcun altro simulava un incontro di box alternando dritto, gancio e rovescio manco fosse Rocky Balboa, altri cantavano a squarciagola.

Io invece per lo più me ne stavo lì, a fare su e giù con gli occhi sgranati, chiedendomi ogni singolo giorno che cosa ci facessi esattamente lì.

Infine, a ginnastica conclusa, scattava il “Grande Applauso” che sanciva l’inizio ufficiale dell’orario di lavoro. Tipo la campanella di scuola.

Ma non finisce qui. Un’altra delle assurde abitudini cui dovevamo sottostare era che, quando concludevamo una vendita, dovevamo (sottolineo, DOVEVAMO) inventarci ogni volta una foto con una posa diversa che celebrasse il nostro successo. Non bastava però fare una foto banale come mimare la “V” di vittoria con l’indice e il medio, o mostrare un pollice alto con un bel sorriso soddisfatto. Perché ogni scatto, prima di essere inviato agli altri uffici, veniva anche attentamente selezionato e valutato.
Fatto ciò, dovevamo inviarla a tutte le sedi, dagli Stati Uniti alla Germania passando per Belgio e Inghilterra (ovviamente loro facevano lo stesso con noi).

Una volta per esempio conclusi una vendita importante per un progetto che stentava a decollare. Avevo corteggiato questa azienda per settimane prima di poter finalmente chiudere l’accordo, e quando infine riuscii a fare breccia fui praticamente costretto a perdere buona parte della giornata (invece che a sistemare i dettagli del contratto) a scervellarmi su sta diavolo di foto.
La ricordo bene, perché ce l’ho ancora sul computer. In pratica feci mettere una mia collega alla finestra e io mi posizionai subito sotto. Poi ci facemmo ritrarre l’uno con le mani tese verso l’altra, modello Romeo e Giulietta. Il tutto, debitamente photoshoppato, in modo da farci sembrare DAVVERO sul balconcino veronese di casa Capuleti.

Un fotomontaggio con me e la mia collega dal balcone di Giulietta
La foto incriminata, con tanto di fotomontaggio dal balcone di Giulietta

Perché mai? Potreste chiedervi.
Per rappresentare il lungo corteggiamento che dovetti mettere in piedi per strappare il contratto, risposi io quando fu il boss a chiedermelo.
Inutile dire che l’idea piacque un sacco, e finalmente ebbi l’ok per inviarla e potei ritornare al contratto.

Quella sera ovviamente dovetti fermarmi in ufficio oltre orario.
Potete immaginare quanto la cosa mi rese felice.

Resistetti lì dentro per ben tredici mesi (aspettai fino ai limiti massimi della mia sopportazione), poi approfittai di una provvidenziale nuova proposta per scapparmene via a gambe levate.

In questi giorni, quasi per caso mentre sistemavo il curriculum, mi è ritornato alla memoria tutto quel periodo e così sono tornato a dare un’occhiata al sito della mia vecchia azienda: l’ufficio italiano non compare più sulla loro mappa, ho saputo che ha definitivamente chiuso i battenti un annetto dopo la mia “dipartita”. Mi ha strappato un sorriso ma anche un po’ di malinconia, riportandomi alla mente alcuni aneddoti che, effettivamente, non avevo ancora raccontato su queste pagine.

Fu un’esperienza davvero intensa per me. Alla fine odiavo tutto lì dentro, a partire dall’ipocrisia che regnava sovrana, eppure ancora sorrido oggi se ripenso a quei giorni folli, dove l’assurdo era all’ordine del giorno e dove ogni giorno era un po’ come fare un viaggio interstellare alla scoperta di un mondo per me alieno.

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4 pensieri su “Colloquio “in cucina” e senza curriculum: così assumiamo i manager

    1. Ma sì perché alla fine è stata comunque un’esperienza interessante, e poi perché nonostante le apparenze (e al netto della chiusura dell’ufficio italiano) in fondo l’azienda aveva un suo perché.
      Poi certo, sotto molti aspetti non incarnava il mio ideale di lavoro, e quindi appena trovata un’opportunità più vicina ai miei canoni… beh, sono scappato sì! 😉

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