La Psico-Fregatura, ovvero come approfittarsi dello psicologo

Il personaggio della serie Big Bang Theory Sheldon Cooper prova a far esplodere la testa del suo inquilino con la forza del pensiero

Oggi raccontiamo la storia di Arianna (il nome è di fantasia) e di come qualcuno (il suo datore di lavoro) si sia approfittato della sua passione e del suo giovane entusiasmo.

Arianna studiava per diventare psicologa: voleva provare a rendersi utile aiutando gli altri nel modo che le riusciva meglio: ascoltandoli e parlando con loro. Era brava in questo e non a caso venne notata fin da subito. Così, già durante il suo tirocinio di abilitazione, le proposero di partecipare a un nuovissimo progetto in attesa di finanziamento da parte di una fondazione privata.

In pratica si trattava di offrire a dei pazienti in difficoltà delle prestazioni sanitarie gratuite e, almeno inizialmente, senza percepire alcuno stipendio.
Arianna era comunque al settimo cielo: “Altroché – precisa -, mi sembrava proprio un sogno: neanche avevo fatto l’esame di stato e già mi si proponeva un lavoro! Che potevo chiedere di più?“.

Ecco.
Inutile dire che ovviamente la prima mezza fregatura arrivò praticamente subito:
“Una volta ottenuta la mia abilitazione – racconta infatti oggi – ho dovuto sgobbare altre sei mesi gratis prima che questi finanziamenti partissero e io potessi avere il mio stipendio”.

Ok, direte voi, una cosa indubbiamente spiacevole ma almeno i soldi alla fine sono arrivati.

Passarono dunque questi sei mesi e, puntuali, eccoli accreditarle il suo primo stipendio mensile: 900 euro lordi, con partita iva, per lavorare tutto il giorno a contatto con ogni genere di problema.
“A pensarci ora in effetti mi vengono i brividi – ammette Arianna -. Ma all’epoca ero terrorizzata dall’assenza di lavoro che si prospettava per noi psicologi, quindi il solo avere un’occasione mi sembrava già un sogno“.

Poi era la prima esperienza, aveva tutto il tempo e il modo per imparare e farsi le ossa.

Tutto sommato non era così male, si convinse.

E così tirò dritta come un treno sul suo binario:
“Lavoravo tantissimo – ricorda Arianna -. I motti del capo erano: “qui si sputa sangue” e “qui si lavora dalle otto alle otto”.
“Senza contare il fatto che avevo tutti gli svantaggi della partita iva (zero ferie, zero permessi o malattie, nessuna pensione, etc) insieme a tutti gli svantaggi del lavoro dipendente (se avessi avuto bisogno di una giornata avrei dovuto dire il perché; in vacanza si andava solo quando lo dicevano loro, e simili)”.

Arianna però tenne duro, anche perché quella per lei non era soltanto una professione, quanto piuttosto una vera e propria passione. Una ragione di vita oserei dire.
E forse anche questo era parte del problema. Già perché quando hai la “fortuna” di fare un lavoro che davvero senti tuo, ecco che diventi anche facilmente “ricattabile”: perché come si fa a dire di no a qualcosa che tu per primo vuoi, o forse addirittura senti di dover fare? Il rischio a quel punto è che pian piano inizi ad accettare tutto pur di continuare a fare ciò che ami.

E infatti…

“Andammo avanti così per un anno intero. Quello successivo dovemmo richiedere il finanziamento alla fondazione privata, che però decise di ridurre il budget a nostra disposizione. Così, nonostante il mio lavoro fosse sempre full-time e sempre agli stessi ritmi, cominciò a fruttarmi solo 7.000 euro lordi l’anno; non solo, ma perfino – udite udite – divisi in due tranche: 3.500 oggi e gli altri 3.500 dopo sei mesi”.

Ma attenzione, perché proprio quando le condizioni iniziavano a sembrare davvero inaccettabili, ecco che arrivò puntuale la prima, piccola, “pacca sulla spalla”: una concessione diciamo. Un po’ come quando a pesca dai un po’ di “filo” al pesce che ha appena abboccato: non lo fai certo perché intendi mollare la presa, ma solo per dargli l’illusione di aver vinto una piccola battaglia, facendolo stancare un po’ prima di riprendere a tirare con ancora più forza per tirarlo fuori.

“Ero davvero frustrata – continua la nostra giovane Arianna -. Però, visto tutto il lavoro che facevo, il capo venne da me e mi disse che si impegnava a inviarmi dei pazienti da seguire privatamente, così avrei potuto iniziare a lavorare per davvero, guadagnando qualcosina in più”.

In realtà c’era ben poco da esultare, perché l’impegno del boss richiedeva anche il rispetto di determinate condizioni:

1- il lavoro da privato ovviamente non poteva influire su quello per la fondazione, quindi Arianna avrebbe potuto vedere i suoi nuovi pazienti solo dopo le sei di sera, e dopo aver già passato il resto della giornata ad ascoltare i problemi di altri.
(per carità, direte voi, è esattamente quello il suo lavoro, ma capirete la pesantezza di quelle giornate);
2 –  gli appuntamenti potevano avere luogo solo nello studio del padre del boss, “che noi (sì perché eravamo in 5 giovani psicologi coinvolti in questo affare), dovevamo prendergli in sub-affitto, restituendogli così parte dei nostri guadagni”, chiarisce.
(e via che almeno arrotondiamo un po’ anche lo stipendio del capo. Perché se in quel piatto ci mangi tu, vuol dire che posso mangiarci anch’io, giusto?)

“In media – riprende Arianna – avevo 2/3 pazienti privati a settimana, quindi riassumendo lavoravo circa 10 ore al giorno, venivo pagata due volte l’anno e arrivavo faticosamente a fine mese solo e soltanto grazie alle visite private”.

Sono andata avanti così per quattro lunghi anni: vi chiederete il perché – continua la giovane professionista -. Ecco la risposta che mi sono data: da un lato, quando vieni così tanto svalutato, poi alla fine cominci a crederci un po’ anche tu. Dall’altro ho avuto in quegli anni talmente tanti guai a livello affettivo e familiare, che il lavoro passava quasi in secondo piano”.

Però Arianna era (ed è ancora) davvero brava nel suo lavoro. Così un giorno, finalmente fuori dal piccolo ma intricato labirinto dei suoi problemi personali, decise di scommettere nuovamente su sé stessa, partecipando a un concorso pubblico per una posizione un po’ più consona al suo valore e alla sua esperienza.

“Tutto di nascosto ovviamente”, precisa lei. Perché sapeva bene che il suo capo non le avrebbe mai perdonato uno “sgarbo” simile.
E in effetti, non si sbagliava.

Ma torniamo al concorso: “Lo vinsi quel bando, sapete? – nella voce di Arianna si mischiano un po’ di rabbia, orgoglio e finalmente anche un pizzico di speranza -. Arrivai prima su 160. In maniera pulita – precisa, come se si sentisse la mosca bianca in questo mondo fatto di favori e “amicizie” -. Vinsi e ottenni quel posto, che per me fu come un nuovo inizio”.

Tutto è bene quel che finisce bene allora.
Ma il “vecchio” capo alla fine?

“Come pensavo, quando gli dissi che me ne sarei andata mi presi subito del pezzo di m***a, insieme a tante altre piccole carinerie che non sto qui a riportarvi”.

“Ricordatevi sempre: davanti a voi troverete un sacco di gente che vi dirà che non ce la farete, che non siete abbastanza, che non potrete mai raggiungere questo o quell’obiettivo. Io però ho imparato questo, e cioè che nessuno può dirti chi sei e chi diventerai. Ci sei soltanto tu, e puoi solo crederci fino alla fine, oppure no.

Io ci ho creduto: ecco perché ora, finalmente, posso dirmi felice“.

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