Qual è il colmo per un sindacato? Offrire un lavoro… IN NERO!

La foto generica di una manifestazione contro il lavoro nero guidata dai sindacati

Ebbene sì, è successo anche questo. Ci sono storieche si fatica a credere, altre che si fatica a raccontare; poi ci sono le cose che vedi coi tuoi occhi e senti con le tue orecchie, e certe volte anche l’inverosimile, per quanto assurdo, può trasformarsi in realtà.

Non farò il nome della sigla sindacale in oggetto, solo perché so per certo che questo tipo di pratica è di uso abbastanza comune un po’ dappertutto, ma posso almeno affermare che l’autore della (mia, per lo meno) “proposta indecente” arriva da una delle tre principali sigle nazionali.
Mica pizza e fichi.

In ogni caso, questa storia comincia come molte altre:
stavo cercando una collaborazione, ai tempi avevo già un’occupazione principale, per così dire, ma accarezzavo anche l’idea di arrotondare, e una delle possibilità (se non “l’Unica possibilità”) che il mondo oggi offre a un giornalista è proprio quella di poter avviare diverse (per la maggior parte piccole e mal pagate) collaborazioni per provare a sbarcare il lunario.

Così, quando un collega mi disse che un suo vecchio datore di lavoro era in cerca di qualcuno che gli curasse la comunicazione esterna, redigendo comunicati stampa all’abbisogna, mi proposi, sfruttando anche l’amicizia col succitato collega. Siamo pur sempre in Italia e, nonostante ormai sia il 2018, in questo settore è sempre il buon vecchio passaparola a farla da padroni.
Così, visto che per una volta la cosa faceva gioco a me, decisi che ne avrei approfittato senza troppi sensi di colpa.

Quindi risposi direttamente al mio collega, dicendomi interessato e confermandogli che avrebbe potuto fare il mio nome al suo vecchio capo.

Non passò molto e in effetti la chiamata arrivò: la voce all’altro capo del telefono era giovanile e simpatica. Sulle prime non ebbi alcuna informazione se non sulla loro disponibilità a incontrarmi subito.
Accettai, ovviamente, e fissammo un incontro già per il giorno successivo.

Non essendomi mai candidato di persona (ma solo per interposta persona) non avevo mai mandato nemmeno un curriculum, così me ne stampai un paio di copie e mi recai alla sede del sindacato.

Quello che vidi quando arrivai non fu certo incoraggiante.
I muri erano scrostati e cadenti sia all’esterno che all’interno; una tavola di compensato era stata incastrata di traverso sulla scalinata che saliva al primo piano come per bloccarne l’accesso, mentre la sala d’aspetto consisteva in quattro sedie ancorate al muro e separate dall’esterno solo da una porta a vetri che non restava mai chiusa. Sui muri, macchiati di nero e coperti da ragnatele per tutta la loro altezza, varie tracce di muffa e incrostazioni legate al freddo e all’umidità.

Insomma, il primo impatto fu quantomeno rivedibile. Ma di certo il peggio era ben lungi dall’essere arrivato.
Così, dopo una (mai abbastanza) breve attesa, venni finalmente chiamato negli uffici interni.

Di fronte mi trovai un uomo corpulento, affabile e gentile. Ci stringemmo la mano (porto ancora evidenti i segni di quelle tenaglie) e passammo il primo quarto d’ora a raccontarci vari aneddoti legati alla nostra conoscenza comune, ovvero il collega che mi aveva così brillantemente raccomandato (perché è inutile girarci intorno: è questa la parola giusta).
Passati i “convenevoli”, se così li possiamo chiamare, provai giustamente a riprendermi la scena, tirando fuori dalla sua busta trasparente il mio bel cv fresco-fresco di stampa.

“Nooo ma che fai – mi fermò lui immediatamente, alzando gli occhi al cielo e scuotendo l’aria con la mano – non ci servono queste cose…
(Cosa esattamente: il mio curriculum??)
Tu mi sei stato segnalato da XXXXX, non serve altro per convincermi”.

Il protagonista del telefilm Dawson's Creek sta per mettersi a piangere
Ma perché non vuoi nemmeno vedere il mio cv??

Alla faccia delle pari opportunità e della meritocrazia, pensai tra me e me.

Provai comunque a insistere. Che poi non era tanto per “par condicio” (lo ammetto), quanto perché egoisticamente il mio cv racconta un po’ tutto quello che sono, e onestamente ne vado anche abbastanza orgoglioso. Ecco perché avrei gradito anche solo un’occhiata, magari pure distratta, o almeno che accettasse di tenersene una copia. Anche per buttarla appena me ne fossi andato, se preferiva, ma giusto per darmi l’illusione che un giorno, chissà, forse l’avrebbe letta.

Invece niente, non volle nemmeno che lo tirassi fuori (il curriculum), figuriamoci tenersene una copia.

Comunque, pian-piano dalle chiacchiere cominciammo a spostarci al lavoro vero e proprio. Niente che non mi aspettassi: fare uscire qualche comunicato ogni tanto, una dozzina al mese al massimo, per raccontare la loro attività e le battaglie che stavano combattendo in tutta la regione. Fine.

Poi si passò alle condizioni, e qui le cose si fecero più interessanti.

– “Dunque – cominciò lui – il pagamento sarebbe a comunicato, di solito restiamo sui 30 euro l’uno, poi al massimo ci si può mettere d’accordo”.
– “Bene”, risposi io sorridendo.
– “Sai, poi se ti andasse bene potremmo anche fare direttamente in cash…

Alt.
Il sorriso si trasforma involontariamente in una fronte aggrottata.

– “Cioè – procede lui leggendo perfettamente la mia espressione – so bene che anche per voi
(ma poi Voi chi, esattamente?)
è più comodo così piuttosto che doverci pagare sopra anche le tasse, visto che è una collaborazione piccola…”.

Il vecchio sorriso tornò in un attimo.
Questa storia si sarebbe scritta praticamente da sola, pensai subito.

– “Certo che sì – replicai io sfoderando la mia faccia migliore -. Ma nella pratica come pensate di fare?”, cominciai ad approfondire.
– “Beh – fece lui – vediamo: per esempio potremmo immaginarci
(usò proprio questa parola: “immaginarci”. Ricordo che la trovai… Appropriata in un certo senso)
di stipulare un contratto di volontariato, poi potremmo organizzarci con i pagamenti a mo’ di rimborso spese“.
(Potevo andarci a nozze)
– “Un contratto di “volontariato”? – chiesi – E poi come funzionerebbe esattamente?”, mi informai meglio.
– “Che so, tu per esempio potresti farmi avere una serie di scontrini, di qualsiasi cosa, e io poi te li farei rimborsare come se quei soldi li avessi spesi per noi, fino ad arrivare al compenso del mese…”.

Inutile dirvi come ci rimasi.

Questa è dunque la mia “proposta indecente”, fattami direttamente, vis a vis. Poi ci salutammo e restammo d’accordo che avrei fatto sapere la mia risposta.

Nel caso in cui ve lo steste chiedendo, rifiutai.
Vorrei dire che fu solo per le modalità, che dissi di no per amore della giustizia e perché non avrei mai accettato che l’organo preposto a vigilare sul rispetto dei contratti di lavoro fosse anche il primo a fomentare il lavoro nero.
Non fu esattamente così, ma questa è un’altra storia.

Ciò che resta invece è la forza di una storia che non può non colpire: un sindacato che seleziona un collaboratore basandosi sulle raccomandazioni, gli offre un lavoro in nero aggirando le regole che dovrebbe difendere, e lo fa nonostante il candidato si sia ampiamente palesato come giornalista.

Tutto insieme. Non male come sfacciataggine.

Ma del resto, come canta un famoso “rapper” tunisino che spopola oggi nelle pubblicità in tv:
Oh-eh-oh, io tvb cara Italia“, e a posto così.

Benvenuti a casa nostra.

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3 pensieri su “Qual è il colmo per un sindacato? Offrire un lavoro… IN NERO!

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