Addio pagamenti in nero: arriva il Baratto 2.0

Vignetta satirica in cui il manager frusta il suo dipendente per aumentarne la produttività

Questa è una di quelle storie che lasciano il segno, anche se prima di metterla nero su bianco occorre fare qualche piccola precisazione.

Partiamo pure dal fatto che, storicamente, non esiste alcuna prova sostanziale di una società con un’economia basata principalmente sul baratto. Quando vi ci si imbatteva, anche nel passato, si trattava principalmente di scambi tra soggetti completamente estranei, o persino tra probabili nemici, laddove veniva meno anche il rapporto di reciproca fiducia.

Ma in che modo oggi l’economia del baratto sarebbe applicabile al mondo del lavoro? Si tratta in effetti di un escamotage parecchio furbo, che in sostanza permette a colui che riceve una prestazione di non dover nemmeno restituire nulla in cambio.
Come?
Qui subentra Marianna (nome di fantasia), 30 anni, che ha voluto condividere su Lavoro Esaurito la sua quantomai particolare esperienza.

Torniamo indietro di qualche anno: Marianna aveva appena finito l’università. Dopo anni di studio finalmente era tempo di diventare grandi, e una delle sue primissime esperienze fu all’interno di uno studio di styling di arredo, che di fatto si occupava di fare servizi e foto professionali per cataloghi o riviste di design/arredamento.
Un’opportunità che le si era aperta davanti grazie a un precedente stage in un’altra azienda, dove la sua capa, responsabile delle pubbliche relazioni, le disse che una sua amica cercava un’assistente che la aiutasse in studio e negli allestimenti.
Semplice passaparola.

Marianna non sapeva nemmeno dell’esistenza di una professione simile, ma accettò con trasporto di incontrare la donna. Anche perché, per una che aveva studiato scenografia, fare un po’ di esperienza nell’allestimento e nella ricerca di materiali per un set fotografico poteva già di per sé rappresentare una bellissima esperienza.

Non ci fu nemmeno bisogno di un vero e proprio colloquio: quando Marianna si presentò a bussare alla porta dello studio, le dissero semplicemente cosa avrebbe dovuto fare e per quanto.

Lavoravo lì dal lunedì al venerdì – ricorda – all’interno dello studio ma anche all’esterno, perché oltre alla parte di progettazione dei set c’era inevitabilmente anche quella di ricerca di materiali/accessori: visitando i siti web delle più importanti aziende del settore o presenziando ai vari show room in giro per Milano. Noi selezionavamo alcuni pezzi, poi stava alle cape scegliere gli oggetti migliori per creare il nostro set.
A volte i servizi si facevano a casa di qualcuno, altre volte creavamo noi in studio una vera e propria stanza, da zero, dalle finte pareti fino agli accessori più piccoli, come lampade o quadri. Tutti oggetti che potevano essere forniti dall’azienda cliente, oppure noleggiati da altri studi, oppure ancora da privati”.

Si trattava dunque di un impegno fisso e a tempo pieno.
Il pagamento? Sul livello di uno stage, con uno stipendio di circa 300 euro al mese. “Anche se – tiene a precisare Marianna – mi avevano pagato anche l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici”.
Il contratto? Completamente inesistente, ovvio.

Come giustificare allora lo “stipendio” in uscita?
Incredibilmente semplice in realtà: bastava far risultare Marianna non tanto come dipendente, bensì come “fornitrice” privata; in questo modo non soltanto potevano evitare di assumerla, ma addirittura il costo del suo lavoro veniva fatto ricadere direttamente sull’azienda cliente che aveva commissionato il lavoro.

Mi spiego meglio: ogni studio di styling ha un proprio magazzino di oggetti, arredi e accessori da usare per i suoi set. In questo caso non dovevano fare altro che scegliere per il set un oggetto che già avevano in stock, poniamo per esempio una lampada di design, e farla figurare come se la noleggiassero da privati (che nel caso specifico erano i loro dipendenti).
Ed è qui che arriva il bello. Siccome tocca al cliente (che commissiona il servizio fotografico) pagare gli accessori di scena, ecco che gli stipendi dei collaboratori erano completamente coperti proprio dal suddetto cliente.

Un circolo vizioso pressoché inattaccabile, in cui lo studio non faceva altro che “fingere di aver noleggiato da me del materiale che in realtà era già suo – chiarisce la nostra affezionatissima -. Ogni mese usavamo oggetti diversi: a volte era uno solo, con pagamento in un’unica tranche, altre volte erano cose più piccole, con diversi pagamenti, per un totale che arrivava però sempre e comunque intorno ai 300 euro mensili”, racconta ancora Marianna. In questo modo era molto più semplice per loro sfuggire anche ad eventuali controlli, grazie a un sistema davvero ben congegnato.

Marianna andò avanti più di un anno a queste condizioni, “perché il lavoro in realtà non mi dispiaceva, e poi perché lo studio era comunque piuttosto importante e dava modo di lavorare anche con clienti di alto profilo”, spiega.
Dai e dai però, con le condizioni di lavoro che non accennavano a mutare, anche la sopportazione di Marianna si esaurì: “Arrivati a un certo punto non ce la facevo più. Trovavo odioso quel tipo di trattamento, perché non dava valore al mio lavoro né alla mia persona; inoltre sapevo che non avrei voluto fare quel tipo di lavoro per sempre. Così colsi la palla al balzo e me ne andai”.

Un’esperienza certo non facile, che però non è stata del tutto inutile. “Lo ammetto – ancora Marianna -,  nonostante tutto non ho solo brutti ricordi di quell’esperienza. Anzi, se devo dirla tutta sono convinta che mi abbia anche insegnato qualcosa. Ho imparato che al mondo non c’è niente di certo, tranne che se non sei tu il primo a tutelarti, nessun altro lo farà per te. Le fregature sono sempre dietro l’angolo. Tanto vale imparare a difendersi“.

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