Il “Do ut Des” – Come ti offro un lavoro in cambio di soldi

Una locandina del film Yesman di Jim Carrey

Questa è carina, davvero. “Io ti offro un lavoro da venditore“, mi dicevano. “Puoi fare un sacco di soldi con noi”, aggiungevano. “Wow! Cosa dovrei fare?”, chiesi allora io con gli occhi già a cuoricino. “Semplice”, mi risposero. “Comincia a tirare fuori il grano”.

Ah.

Ma partiamo dall’inizio, che mi dicono essere sempre la cosa migliore. Dunque comincerei così:

Immerso fino alle ginocchia nel guano della disoccupazione, mi candido per l’ennesimo annuncio che mi capita sotto mano. Non ricordo bene il testo, era la classica cosa poco chiara che ti fa subito drizzare i peli del naso, quelli che di solito ti preannunciano tuoni e fulmini in arrivo. Però, in certe condizioni, non ti senti di dire no a nulla. Quindi ci provi.

Nel testo si parlava di vendita, di commerciale, di rapporto diretto con clienti e si aggiungeva un NO PORTA-A-PORTA a caratteri cubitali. Insomma, tutto e niente. Pochi minuti dopo la candidatura vengo ricontattato da una affabile voce telefonica che mi riempie le orecchie di parole mielose tipo: “Titolare di impresa” oppure “costruire un futuro per te e la tua famiglia”, oppure ancora “il successo è alla tua portata”, chiudendo poi con la solita promessa di riempirti di soldi.

L’esca è gettata. Mi chiedono di incontrarci per parlare. Appuntamento alle 21 (sì, le 9 di sera) nella sala conferenze di un albergo di Milano. “C’è una piccola conferenza, così ti spieghiamo esattamente chi siamo e cosa facciamo”. Lascio che il mio peletto continui a imbizzarrirsi e dico un altro sì, pronto a un venerdì sera di Passione

Arrivo all’appuntamento e la prima cosa che vedo avvicinandomi a piedi è della gente che paga l’ingresso.

Come se nulla fosse, faccio una pratica inversione di marcia e punto il muso nuovamente verso la macchina. Ma proprio quando stavo ricominciando a respirare, vengo placcato: “Gabriele, sei tu?”. L’affabile vocina del telefono mi ha trovato. “Siamo qui, ma dove andavi! Seguimi dai”!

Espressione buffa di Jim Carrey dal film Yesman
La mia espressione tipo dopo essere stato sgamato dall’odiosa vocina

Mi portano dentro e scopro almeno di non dover pagare, perché “invitato” (poi mi diranno che solo la prima “dose” – o visita – è gratis). Mi ritrovo in questo mondo parallelo che ricorda un po’ le conferenze di auto-aiuto in stile Yes Man, avete presente il film (gran film per altro)? “Diciamo sì alla vita”, “I vincenti trovano sempre una strada mentre i perdenti trovano sempre una scusa”, e altre frasette a effetto del genere. La conferenza inizia e finisce senza aver detto nulla, né sul tipo di lavoro da fare né sul modo di farlo, ma a quel punto mi sarei stupito del contrario.

Così torno dalla mia “reclutatrice” e le dico che vorrei capire almeno quale sia effettivamente il lavoro in oggetto, prima di darle una risposta. Lei mi propone di andare insieme al seminario del giorno seguente: biglietto d’ingresso 25 euro. Ovviamente declino e quindi opta per un nuovo appuntamento di DOMENICA (WTF???) alle 14.30. Vado, per curiosità. Anche perché a questo punto vorrei capire davvero come funziona “il sistema” e fino a che punto si può arrivare.

Risultato? Eccolo qua “il sistema”, cifre alla mano.

Per prima cosa mi faccio spiegare questo contratto da “titolare d’impresa”: una semplice collaborazione come venditore per il sito web. Poi il lavoro: cioè portare nuovi clienti a fare compere su questo sito dove trovi di tutto un po’, rigorosamente a prezzo maggiorato. Un esempio? Un pratico fustino da un litro di detersivo per la casa alla modica cifra di 9 euro.
Non solo, perché oltre a vendere dovrei pure comprare, io per primo, dal medesimo portale. Perché “come puoi pretendere di vendere dei prodotti che non conosci o che non hai mai comprato né provato?”, mi dice la vocina. Regolare. Del resto io stesso sono più che convinto che, per fare un altro esempio, chiunque lavori o abbia mai lavorato in una concessionaria Ferrari si sia prima comprato una monoposto per sé. No?

Ma oltre allo shopping sul web, “a discrezione” dell’utente/cliente/dipendente/collaboratore, ci sono anche diverse spese fisse per la “formazione” (ovvero le sopra citate conferenze alla Yes Man, per intenderci).

Ecco un breve recap dei costi:

  1. 30 euro una tantum per “iscrizione alla società”. Quale esattamente non è dato sapere.
  2. 10 euro a settimana per gli incontri Yes Man da 40 minuti del venerdì sera: “Perché bisogna pur pagare la sala dell’albergo dove ci riuniamo, no?”, continua la vocina.
  3. 150 euro all’anno per 6 seminari da 25 euro l’uno, della durata di tre ore a seduta. “Ma aspetta – mi corregge lei – perché la prima volta ti costa solo 10 euro”, annuncia con un sorrisone (e al punto cinque scopriremo anche il perché…).
  4. Altri 300 euro all’anno di di convegni in giro per l’Italia: sono tre, ognuno della durata di due giorni e alla modica cifra di 100 euro a ingresso. Ah, già, a questa cifra ovviamente bisogna aggiungere viaggio, vitto e alloggio, perché nei 300 euro sono compresi solo i biglietti d’ingresso.
  5. 60 euro una tantum per l’acquisto del primo pacchetto di formazione, che comprende: una serie di file audio (null’altro che stralci di conferenze, seminari e convegni che hai già pagato per vedere una volta) al costo di 50 euro, più altri 10 euro PER PAGARTI, di fatto, quello sconto di 10 euro sul primo seminario, di cui sopra.
  6. spese varie per acquisto di libri o ulteriori file audio, non obbligatori ma “fortemente consigliati” dalla premiata ditta.

Così, facendo due conti, è un attimo arrivare tra tutto ad una spesa di almeno mille/millecinquecento euro l’anno. Per carità, per molti non sarà la rovina ed è vero che se volessi aprire una mia attività ne dovrei tirar fuori anche di più. Ma ricordo a tutti che qui si parla di oltre un migliaio di euro solo per andare a lavorare. E non basta, perché tutto ciò parte dal presupposto che, se volete far soldi, dovete anche far cadere altre persone in questa rete. Più ne porti e più guadagni in sostanza. Perché ti prendi una percentuale sia sui loro acquisti che su quelli delle persone che loro introducono, che faranno sempre riferimento al tuo macro-gruppo.

Ovviamente (e va detto visto che sarebbe illegale obbligare un collaboratore a fare acquisti o avallare una catena di Sant’Antonio) su mia esplicita domanda mi hanno anche tranquillizzato, spiegandomi che in realtà “nulla è obbligatorio”: né la formazione, né gli acquisti in prima persona e nemmeno portare nuovi polli da spennare. “Però – hanno anche aggiunto – è chiaro che se non sei tu il primo a credere e quindi a investire sulla tua attività, non vedo come o perché dovrebbe farlo l’azienda per te…”. Lasciando intendere parecchio.

Personalmente sono convinto che ci siano tantissimi modi per obbligare qualcuno a fare qualcosa. Tra questi però, quello di far leva sulla sua disperazione altrui credo sia in assoluto il peggiore.

Voi che ne dite? Vi è mai capitato nulla del genere o sono solo io ad essere particolarmente fortunato?

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